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  Happy Hour a Milano: fermatelo, voglio scendere!  
   
     
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Happy Hour

Il termine Happy Hour non mi piace, non mi è mai piaciuto. In primis, per il nome non corretto e non pertinente ma, soprattutto, per lo sviluppo aberrante, che ha attecchito nel nostro Paese. Con code, che manco negli uffici postali e gomitate nelle gengive, per strappare un’oliva o una tartina già toccata e rifiutata da altri. Con cocktail preparati da pseudo-barman, che lasciamo perdere. Con prodotti, che fanno del male al prossimo, fin dalle 19.00. A Milano, poi… Preferisco parlare di aperitivo qualitativo, a base di drink garantiti e food adeguati e viaggiare attraverso locali sicuri quali il Dom di Corso Como, il nuovo Atm (locale storico che riapre, per fortuna), i top di corso Sempione e l’immarcescibile Radetzky di corso Garibaldi. Che si rivela un ponte ben saldo con il passato, con quella “Milano da Bere” che tanto fece scalpore qualche lustro fa. Perché, se è vero che gli yuppies non ci sono più, è anche vero che sono stati bellamente sostituiti dalla loro evoluzione: manager, avvocati e free lance al top, in alta uniforme professionale, giacca grigia e camicia bianca e/o celeste, meglio se con cravatta sfiziosa. Le modelle e ragazze in ghingheri e tacco 12, fin dalle prime ombre della sera, invece, ci sono sempre state e, dato l’andazzo, sempre ci saranno. L’occupazione preferita di questa fitta fauna “espectacular” è la pratica dell’acchiappo elegante, tipo “ehi bambina, tu sei mia, chiudi il gas e vieni via” e viceversa… Visto che la gente tracima sulla via e su Largo La Foppa, i più furbi, per risparmiare qualche euro, ordinano da bere al prospiciente Chinese Box e si mischiano con nonchalance. Ma il buon Marco De Padova, front man dei Pubblici Esercizi Associati di corso Como, viaggia con noi e pensa positivo. Ascoltiamolo con attenzione ed entriamo nell’ottica del bere bene, senza avere problemi postumi. Perché la vita è adesso. E le scelte qualitative devono essere il nostro credo.

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